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Primo post del presidente Sandro Studer

In Uncategorized on December 27, 2012 at 1:40 pm

Chi siamo? Dove stiamo andando?

Siamo un gruppo di pellegrini alla ricerca del cineclub perduto che  una volta aveva anche un nome  e un indirizzo preciso: Obraz Cinestudio, Largo La Foppa 4 Milano. Alla conta siamo in dodici, come gli apostoli.  Ma io preferisco usare il termine altrettanto religioso di “piagnoni” (non me ne vogliamo i compagni di sventura) e quindi non posso sottrarmi alla tentazione di sentirmi un po’ frate Girolamo Savonarola e cioè il “Profeta disarmato”, come lo chiamò il grande “scrivano fiorentino” nel capolavoro assoluto di scienza politica Il Principe. Savonarola andava in giro, con i suoi seguaci i “piagnoni”, a fustigare i costumi dei tempi suoi a Firenze e prendeva di petto anche la regina delle Arti visive, la pittura fiorentina (!) definendola “pagana” e spettacolare, cioè piena di effetti speciali (secondo lui, soprattutto oscena).  Per fare del buon spirito accademico potrei dire che è quanto sta accadendo in questi anni a Milano nel campo della cultura cinematografica.

Quella di finire sul rogo non mi sembra una buona prospettiva e poi non mi sento un profeta. Di sicuro mi sento molto disarmato. E però da disarmato vorrei riuscire definitivamente a disarmare tutti coloro che dicono: “Il Nuovo Obraz non s’ha da fare né domani né mai!”. Ma come si fa, come si può..?

Mi viene spesso alla mente una frase lapidaria di Kurt Lewin (esponente della Gestalttheorie, linea psicosociale): Non c’è niente di più pratico di una buona idea. La buona idea ce  l’abbiamo, anzi più di una. Però bisogna svilupparla e articolarla. Senza capacità economiche adeguate, prima di cercarle, anzi per cercarle,  bisogna far lavorare la mente, la fantasia, l’IMMAGINAZIONE.  L’imagination au pouvoir! Attenzione: insisto con fantasia e immaginazione. Dovrei aggiungere la capacità di riflettere, con la propria parte più razionale della mente, sulle proprie esperienze percettive: ma questo compito che è un  po’ una mia vecchia idea fissa (leggi: Psicocinefilia) lo presenterò in un altro momento.

Mi ha colpito molto l’ultimo libro di Philippe Daverio, Il secolo lungo della modernità (Rizzoli, 2012) perché ci riguarda molto da vicino e in molti sensi. La sintonia parallela ha dell’incredibile, ma non è per niente casuale. Daverio guarda alla Pittura nello stesso modo con cui noi guardiamo al Cinema ma per di più elabora un progetto per Milano simile al nostro. Nel suo libro c’è un appello, ironico e ben più autorevole del nostro, sulla situazione delle Arti visive a Milano in vista dell’Expo 2015. Ma attraverso questo propone una radicale revisione della storia delle Arti visive degli ultimi due secoli con il preciso obiettivo di ri-educare  i cittadini e al tempo stesso ri-avvicinarli per una nuova forma di critica del gusto! Non posso fare a meno di proporre un passo molto chiaro e convincente.

Ci tocca quindi ripensare il Secolo Lungo. Lo scopo di questo libro è quello di contribuire a confondere le idee assodate per tentare di porre le basi d’una Storia che si rimette in marcia. Progetto intollerabilmente ambizioso che si trova costretto ad abolire categorie dello spirito oggi innegabilmente obsolete. Ristudiare la cronologia di centotrent’anni o forse più è materia che solo lo spirito acuto di uno storico come Hobsbawm può affrontare, per giunta con l’assistenza dei migliori istituti universitari britannici. E si sa che gli inglesi in questa materia non  sono secondi a nessuno. Noi tenteremo l’operazione attraverso la scorciatoia delle arti, quelle visive in particolare. Le arti hanno il pregio fondamentale di essere ben più facilmente decifrabili dei documenti e degli archivi, in  quanto sono per essenza e forma pronte ai giochi delle interpretazioni semantiche e semiotiche. Il segno e il significato sono intrinseci ai linguaggi e a quelli artistici in particolare. La curiosità in questo campo è uno strumento agile e talvolta allegro. Le ipotesi appaiono spesso con un’ evidenza che gli archivi veri  e propri si impegnano a celare. E appena si  inizia con la dovuta dose di sfrontatezza ad agitare il mestolo nella zuppa le vecchie categorie si sciolgono. (pag. 31)

Il  passo citato andrebbe commentato frase dopo frase per evidenziare le somiglianze evidenti con i nostri due documenti di base: Il Manifesto per la Cultura Cinematografica e il Progetto per Milano: ci torneremo sopra. Tutto il libro  (più di 500 pagg. splendidamente illustrate) sviluppa un romanzo immaginario dell’autore che inventa, a Milano, in lingua francese parafrasando una sorta di petit Paris, un Museo delle Arti visive che non c’è e, attraverso la sua realizzazione, ricostruisce una nuova visione della storia dell’Arte contemporanea. Non solo ma, attraverso questa, allarga l’orizzonte conoscitivo su tutta la condizione umana del tempo che viviamo.

E vado alla conclusione di questo primo “lancio”. Consigliando a tutti la lettura di questo splendido volume di Philippe Daverio e sperando di poterlo avere come ospite d’onore a una nostra pubblica manifestazione, dico nella sostanza noi  diciamo le stesse cose sulla conoscenza del mondo in cui viviamo attraverso l’ultima delle arti visive, la settima. E abbiamo un progetto molto simile.

Questa è anche una proposta di discussione. La passione per il cinema non è in crisi anzi è in forte aumento negli Under30 (forse anche under40) ma è facilissimo  constatare quanto siano ignari (per non dire altro) sul cinema inteso come Settima Arte e cioè sulla sua storia.  Se immaginiamo di pensare che oggi   c’è una discreta cinefilia diffusa sul cinema dagli anni’90 in poi e però buio completo dagli anni ’80 andando a ritroso fino ad arrivare al 20 o 21 dicembre 1895 quando c’è stata la prima proiezione de L’arrivée à La Ciotat dei fratelli Lumière. Non è colpa di nessuno. Manca una struttura e un luogo, un punto di riferimento stabile e permanente che sia in grado di fare vedere, vedere e rivedere i classici, cioè i fondamentali del cinema, con adeguata presentazione FILOLOGICA, minima ed essenziale. Bisogna rimettere in marcia la Storia del Cinema, attraverso i film che hanno costruito l’orologio del tempo della modernità. Io dico che dobbiamo anche scoprire, nelle sue tappe principali, il secolo lungo del cinema.

Un’ultima questione, ma non meno importante. Oggi si parla tanto di ANTI-POLITICA e se ne valuta finalmente l’importanza, vedi Grillo e il Movimento 5 stelle. A questo proposito mi viene spesso in mente che c’è tutto un movimento  che, a partire dagli anni del primo dopoguerra,  si può legittimamente chiamare ANTI-CINEMA, o per essere più precisi, un cinema anti-narrativo, orribile, insopportabile , ma fondamentale perché insegna moltissimo sulle possibilità del linguaggio cinematografico. Si può parlare di avanguardia, di provocazione, di aggressione allo spettatore pigro, ma è cinema. Cito solo due esempi: il Bunuel di Un Chien Andalou e tutta l’opera di Kenneth Anger (quest’ultimo è ancora vivo ed è diventato oggetto di culto negli USA). Per l’oggi si potrebbe citare il nostro Yervant Gianikian.

E già così abbiamo creato una sala: possono bastare i 104 posti del vecchio Obraz! Ma se andiamo sulla “Politique des Auteurs” tanto cara ai Cahiers du Cinema per esempio una bella rassegna completa della Nouvelle Vague, o, perchè no, una rassegna-omaggio a Joussef Chahine, o Bernardo Bertolucci o  Nanni Moretti, ci vuole allora un’altra sala di almeno 200 posti!

Diciamo così: Ce n’est qu’un debut!

Accidenti: ho scoperto, andando su Google, per ricordare gli slogan del maggio parigino ’68, che questo, che è quello più famoso. è diventato un film da proiettare quanto prima nel nostro Cine-Club immaginario ma concreto. Ce n’est q’un debut di Jean-Pierre Pozzi e Pierre Barougier è un docufilm su un’ esperienza di insegnamento della Filosofia in una scuola materna! E’ già oggetto di culto. Verificate su You tube. E con questo recupero la mia firma Obraz. Ciao a tutti.

Sandro Studer

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