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Archive for January, 2013|Monthly archive page

The winter of discontent

In Recensioni on January 24, 2013 at 11:17 am

Monica Macchi

لشتا إللى فات  –The winter of discontent

Ibrahim mi ha chiamato il 10 febbraio e mi  ha detto

“ora è il momento di far parlare la nostra arte”

Amr Waked durante la conferenza stampa a Venezia

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2000 anni di populismo

In Cinema&Tempi on January 20, 2013 at 9:48 pm

Carlo Jacob

Il Giulio Cesare di Joseph L. Mankiewicz (1953, musiche di Miklos Rosza) secondo me è forse la miglior trasposizione cinematografica del dramma politico di Shakespeare.

Accanto ad un ancora acerbo e manieristico, stile Actors Studio,  Marlon Brando (Marco Antonio), i magnifici James Mason (Bruto) e John Gielguld (Cassio) e le splendide musiche di Miklos Rosza, di cui il celebre tema principale del film.

Perché questa segnalazione su Cinema&Tempi? Perché ogni volta che rivedo questo film mi colpisce l’intelligenza politica del Bardo che descrive mirabilmente la differenza sostanziale fra democrazia (sia pur per pochi, tutti senatori) e una dittatura autocratica e (udite!) populistica.

CascaIl populismo autocratico risalta soprattutto in due scene del dramma (resi benissimo da Mankiewicz): la relazione di Casca (Edmond O’Brien) a Bruto e Cassio sull’offerta della corona reale a Cesare durante i Lupercali in presenza del popolo e l’orazione funebre di Antonio (“Amici, Romani, cittadini datemi ascolto”), in cui il delfino del dittatore manovra la folla (“….io parlo alla buona …dico le cose che già sapete”) e la scatena contro i congiurati rivelando il contenuto del testamento di Cesare che lasciava i suoi beni al popolo e in particolare i suoi giardini dove portare a passeggio “i vostri figli, le vostre famiglie”. E Bruto, moderatore di talk show ante litteram, lo aveva autorizzato a parlare!

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The Ballad Of Joe Hill

In Recensioni on January 13, 2013 at 5:14 pm

Monica Macchi

ImmaginePerhaps some fading flower

Then Would come to life and bloom again

Joe Hill

Don’t mourn for me: organize!”

“Forse qualche fiore secco

Potrebbe tornare alla vita e rifiorire

Joe Hill

Non piangetemi: organizzatevi!”

Con queste parole si conclude il film “The Ballad Of Joe Hill” di Bo Widerberg che nel 1971 ha vinto il premio della giuria al festival di Cannes, nella stessa edizione in cui il premio per il miglior attore è andato a Riccardo Cucciolla per “Sacco e Vanzetti” con cui ha molto in comune.

Si tratta di  un biopic sull’attivista politico svedese Joe Hill, che, emigrato negli Usa è prima minatore,  scaricatore di porto, hobo (cioè un vagabondo che si sposta sui treni merci per cercare lavoro) per poi diventare sindacalista degli Wobblies (Industrial Workers of the World) e cantautore operaio (celeberrime le canzoni “Casey Jones”, un crumiro che viene sfrattato anche dagli angeli in cielo in cui canta “Casey Jones, got a job in heaven Casey Jones, was doin’ mighty fine Casey Jones, went scabbin’ on the angels Just like he did to workers”  e “Rebel Girl” un inno sul ruolo della donna nel sindacato e più in generale nelle rivolte “And the grafters in terror are trembling When her spite and defiance she’ll hurl  For the only and thoroughbred lady Is the Rebel Girl”).

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La bicicletta verde

In Recensioni on January 4, 2013 at 10:53 am

Monica Macchi

Il segno del femminile è la chiusura (persino nella grammatica araba ciò che contraddistingue il genere femminile è la ة  “ta marbuta” cioè la “ta chiusa” ) ed è significativo che le due principali scene di ribellione del film avvengano sulla terrazza, l’unico spazio aperto della casa. Nell’universo culturale arabo/musulmano la terrazza è un luogo simbolo di libertà a partire dal paradigma di Fatima Mernissi che nel suo testo “La terrazza proibita” identifica il controllo maschile sulla società  attraverso il controllo sul corpo della donna: l’Oriente manipola lo spazio e l’Occidente manipola il tempo (con la provocatoria tesi della “taglia 42” secondo cui la donna occidentale per essere ammessa nello spazio pubblico è costretta a sembrare sempre adolescente attraverso diete e chirurgia estetica) per non perdere il potere della forza che è destinato a soccombere di fronte al potere tutto femminile di creare ed educare.  Ed è proprio sulla terrazza che Wadjda prova per la prima volta la bici e quando sente arrivare la madre, ancora incerta per aver appena tolto le rotelle, incespica, cade e dice “mi esce il sangue” e subito la madre “Oddìo la tua verginità” ma Wadjda ribatte pronta “mi esce dal ginocchio, mamma!”. Ed è ancora sulla terrazza che la madre nella scena finale guarda la festa di matrimonio del marito con i capelli tagliati corti. L’atto di tagliarsi i capelli è un forte atto simbolico di ribellione che richiama la scena finale di un famoso e pluripremiato film libanese, (سكر البنات, tradotto come “Caramel” di Nadine Labaki, ambientato in un salone di bellezza a Beirut). E non solo si è tagliata i capelli ma ha anche rinunciato all’abito rosso che sarebbe dovuto servire a trattenere il marito.

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Il cinema globale

In Riflessioni on January 3, 2013 at 8:17 pm

Carlo Jacob

I prigionieri della caverna platonica vedono sul fondo solo le ombre del mondo: il Cinema mostra il mondo, a cominciare da noi stessi.

Bigelow1Rileggendo l’articolo di Vittorio Zucconi (“La Repubblica, 22/12/12) sull’ultimo film di Kathryn Bigelow Zero Dark Thirty, sono rimasto colpito da come politica e storia possano trovare un riferimento, emotivo e razionale allo stesso tempo, in un’opera cinematografica, che Zucconi, peraltro, analizza con competenza anche dal punto di vista filmico.

Naturalmente, e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, tutti noi abbiamo fatto indigestione di film “politico-sociali”, ma forse non ci siamo mai posti seriamente il problema generale dei rapporti fra stilemi cinematografici e narrazioni del mondo: ci siamo solo attardati nella sterile polemica fra formalisti e contenutisti, fra cinema intimista e cinema sociale.

Ma ora, nella vera e propria rivoluzione della società dell’Informazione e della società liquida, dove da più parti alcuni si stanno ponendo il problema della definizione di una sorta di “intelligenza globale” basata su una rete informativa che avvolge tutto il mondo? Tra gli altri, vedi, per esempio: David Weinberger, La stanza intelligente, 2012, Codice edizioni, Torino.

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La bicicletta verde (Tit.or.: Wadjda) regia: Haifaa Al-Mansour

In Recensioni on January 1, 2013 at 3:01 pm

Sandro Studer

coprod.: Germania/A. Saudita2012  Colore  dur.: 97’

Visto con Agnese

Andiamo a descrivere che cosa abbiamo visto. Ci viene in mente subito il verbo conoscere. Arabia Saudita, che cosa sappiamo? Nulla. La Mecca, tramite documentari. Sul resto di questo enorme paese di sabbia siamo fermi a Peter o’Toole e Omar Sharif, in Lawrence D’Arabia (mitico!): dove non si vede una sola donna in tre ore di film. Con questo film  ci troviamo affacciati continuamente a una grande finestra (formato vistavision) che mostra la vita comune della periferia di Riad, la capitale civile dell’Arabia Saudita. Così improvvisamente.  E’ il primo paradosso, tutto puramente visivo. Infatti durante il film, scopriamo che, almeno nella zona che visitiamo insieme alla piccola protagonista, nelle piccole e basse palazzine non ci sono mai finestre che danno sulla strada.
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